Passione

Aforismi

Viaggio in pallone

Molta folla si era radunata per vedermi volare.
Il pallone era pronto.
Esso fremeva, cercava di staccarsi dai quattro cavi e ora si raggrinzava, ora si gonfiava.
Salutai i miei, salii sulla navicella, controllai che tutte le provviste fossero a posto e gridai:

- Via!

I cavi furono tagliati, e il pallone si sollevò verso l'alto, dapprima tranquillamente, simile a un puledro che spezzate le briglie si guarda per un momento attorno, poi d'improvviso ebbe uno scatto brusco e si lanciò con tale impeto che la navicella vibrò e prese a ondeggiare.
A terra tutti applaudivano, gridavano e agitavano cappelli e fazzoletti.
A mia volta sventolai il berretto e non feci in tempo a rimetterlo in testa che già ero così in alto che non riuscivo, se non a fatica, a distinguere la gente.

Per un attimo provai paura, e un brivido di gelo mi corse per le vene; ma poi, d'improvviso, un senso di gioia mi inondò l'animo e dimenticai la paura.
Mi giungeva appena appena il rumore della città.
La gente, là in basso, ronzava come le api.
Le strade, le case, il fiume, i giardini della città mi apparivano come un quadro. Mi sembrava di essere il re di tutta la città e di tutta quella gente, tanto lassù mi sentivo colmo di gioia.

Salivo rapidamente: soltanto le corde della navicella oscillavano, e a un certo momento un colpo di vento mi investì e mi fece rigirare due volte su me stesso; ma poi tutto si calmò, e non riuscivo a capire se volavo o se restavo fermo sempre allo stesso punto.
Mi accorsi che continuavo a salire soltanto perché il quadro della città sotto di me, si faceva sempre più piccolo e lo vedevo sempre più lontano.
Pareva che sotto di me la terra crescesse: diventava sempre più larga, e a un tratto mi avvidi che aveva assunto la forma di una coppa.
I contorni erano tondeggianti, e nel fondo della coppa era adagiata la città.
Mi sentivo sempre più inondato di gioia.
Respirare era facile e gioioso e provavo il desiderio di cantare.
Intonai un motivo, ma la mia voce era così debole che ne restai stupefatto e spaventato.

Il sole era ancora alto, ma verso occidente si stendeva una grossa nuvola che d'improvviso venne a coprirlo.
Mi sentii di nuovo invadere dalla paura e per distrarmi in qualche modo presi il barometro e lo consultai.
Dal barometro seppi che mi trovavo a più di quattromila metri di altezza.
Mentre rimettevo a posto il barometro, qualcosa mi frullò accanto, e scorsi un piccione.
Ricordai allora che l'avevo preso con me per rimandarlo a terra con un biglietto.
Scrissi su un pezzo di carta che ero vivo e sano, a quattromila metri di altezza, e legai il biglietto al collo del piccione.
La bestiola stava appollaiata sull'orlo della navicella e mi guardava con i suoi occhi rossi. Mi pareva che mi pregasse di non buttarla giù.
Dal momento in cui il sole era stato coperto, sotto non si vedeva più niente. Ma non c'era altro da fare: dovevo rimandare a terra il piccione.
Quando lo presi in mano, esso tremava con tutte le penne.
Tesi il braccio e lo lasciai andare.
Sbattendo le ali volò di sghembo giù verso il basso come una pietra.
Guardai di nuovo il barometro.
Ero ormai a cinquemila metri di altezza, e provai la sensazione che mi mancasse l'aria; cominciai a respirare faticosamente.
Tirai la cordicella per sprigionare il gas e ridiscendere ma, o a causa della mia debolezza, o di un qualche guasto, la valvola non si apriva.
Mi sentii mancare.
Non mi rendevo conto se continuavo a salire.
Tutto era immobile, ma il respiro diventava di momento in momento più faticoso.

"Se non riesco a fermare il pallone,"

pensai,

"scoppierà e io sono perduto!"

Per capire se continuavo a salire o se mi ero fermato gettai alcuni pezzi di carta fuori della navicella.
I pezzetti caddero come pietre, il che significava che io salivo come una freccia. Mi afferrai alla cordicella con tutte le mie forze e tirai.
Grazie a Dio, la valvola si aprì e qualcosa fischiò.
Gettai altri pezzetti di carta: volteggiarono accanto a me per un momento e poi si sollevarono. Dunque io stavo scendendo.
Verso il basso non si vedeva ancora nulla: soltanto un gran mare di nebbia si stendeva sotto di me.
Erano nuvole. Poi cominciò a soffiare il vento, mi trasportò chi sa dove; ben presto ricomparve il sole, e io rividi di nuovo sotto di me la coppa della terra. Ma non c'era più la nostra città; mi apparivano distese di boschi e due nastri azzurri che erano fiumi.
Fui ripreso da un gran senso di gioia e non avevo alcun desiderio di scendere; ma tutt'a un tratto udii accanto a me un grido rauco e vidi un'aquila.
Mi fissò con occhi stupiti, librata sulle grandi ali aperte.
Io, come una pietra, continuavo a scendere; allora cominciai a gettar zavorra per frenare la discesa.
Di lì a poco potei scorgere campi lavorati, un bosco, presso il bosco un villaggio verso cui un gregge stava ritornando.
Udivo le voci della gente e delle bestie.
Il mio pallone scendeva lentamente. Gridai e gettai giù delle funi.
Accorsero molte persone, e vidi che il primo ad afferrare una fune fu un ragazzo.
Poi anche altri lo imitarono, legarono il pallone a un albero, e io uscii dalla navicella. Avevo volato soltanto per tre ore.
Il villaggio dove ero sceso si trovava a duecentocinquanta chilometri dalla mia città.